Centenario  
 
Quadro ligneo di San Giuseppe Freinademetz commissionato dall'Associazione Amici Verbiti e donato dallo scultore ex-allievo Massimo Pasini nel centenario della morte del santo, avvenuta a Taikia il 28 gennaio 1908. L'opera è stata collocata nella portineria della casa missionaria dei Verbiti di Varone.
 
 
 
 
 

Josef Freinademetz

Giuseppe Freinademetz nasce il 15 aprile del 1852 a Oies (Bolzano), un piccolo villaggio della Val Badia di cinque case nelle Alpi dolomitiche del nord Italia, nell'Alto Adige. Fu battezzato lo stesso giorno della nascita e dalla sua famiglia imparò una fede semplice, però allo stesso tempo forte.

Già durante gli studi di teologia nel Seminario Maggiore di Bressanone incominciò a pensare seriamente alla missione "tra gli stranieri" come possibilità per la sua vita. Ordinato sacerdote il 25 luglio del 1875 fu destinato alla comunità di San Martino di Badia, molto vicino alla sua casa natale, dove ben presto si guadagnò la stima e l'affetto della gente.

In tutto questo tempo però non abbandonò la sua inquietudine per la missione. Dopo solo due anni dalla sua ordinazione si mise in contatto con P.Arnoldo Janssen, fondatore della casa missionaria che poco tempo dopo sarebbe diventata ufficialmente la "Società del Verbo Divino".

Con il permesso del suo vescovo, Giuseppe nell'agosto del 1878 entrò nella casa missionaria di Steyl. Il 2 marzo 1879 ricevette la croce missionaria e insieme ad un altro missionario verbita, il P.Giovanni Battista Anzer, partì per la Cina. Cinque settimane più tardi sbarcavano a Hong Kong dove rimasero per due anni preparandosi alla missione a loro assegnata che si trovava nello Shantung meridionale, una provincia cinese con 12 milioni di abitanti e con solo 158 battezzati. Furono anni duri, segnati da viaggi lunghi e difficili, assalti di briganti e un lavoro arduo per formare le prime comunità cristiane. Giuseppe ben presto comprese l'importanza dei laici come catechisti per la prima evangelizzazione. Alla loro formazione dedicò molti sforzi e per loro preparò un manuale catechistico in lingua cinese. Allo stesso tempo si impegnò nella preparazione spirituale e formazione permanente dei sacerdoti cinesi e degli altri missionari.

Tutta la sua vita fu segnata dallo sforzo di farsi cinese tra i cinesi, tanto da scrivere ai suoi familiari: "Io amo la Cina e i cinesi; voglio morire in mezzo a loro e tra loro essere sepolto". Nel 1907 scoppiò un'epidemia di tifo. Giuseppe, come buon pastore, prestò la sua instancabile assistenza, fino a quando lui stesso si ammalò. Ritornò immediatamente a Taikia, Shandong meridionale, sede della diocesi, dove morì il 28 gennaio 1908. Venne sepolto sotto la dodicesima stazione della Via Crucis e la sua tomba presto divenne punto di riferimento e pellegrinaggio dei cristiani.

Freinademetz seppe scoprire e amare profondamente la grandezza della cultura del popolo al quale era stato inviato. Dedicò la sua vita ad annunciare il vangelo, messaggio dell'amore di Dio per l'umanità e ad incarnare questo amore nella comunione delle comunità cristiane cinesi. Animò queste comunità ad aprirsi alla solidarietà con il resto del popolo cinese. Entusiasmò molti cinesi affinché si facessero missionari tra la propria gente, come catechisti, religiosi, religiose e sacerdoti. Tutta la sua vita fu espressione di quello che era un suo slogan: "La lingua dell'amore è l'unica lingua che tutti gli uomini comprendono".

P. Giuseppe Freinademetz viene beatificato il 19 ottobre 1975 da Papa Paolo VI° e canonizzato il 5 ottobre 2003 da Papa Giovanni Paolo II°.

La sua memoria liturgica si celebra il 28 febbraio.

MIRACOLO di Giuseppe Freinademetz


Il 16.02.1987, all'età di 24 anni, il giovane Jun Yamada, di confessione protestante-menonita, nato nel sud del Giappone e studente presso la facoltà di storia iconografica cristiana all'Università dei Missionari Verbiti di Nagoya, venne ricoverato in ospedale perché affetto da leucemia mieloide acuta. Il 9 marzo la situazione precipitò a causa di una polmonite ed emorragia polmonare con arresto cardiaco, tanto che i medici comunicarono ai genitori che poche erano le ore di vita che rimanevano al figlio.

Il padre si rivolse al seminario dei Missionari Verbiti chiedendo al Rettore di preparare l'occorrente per celebrare il funerale.

Un missionario verbita, professore di Jun, benché pensasse che sarebbe stato impossibile chiedere una guarigione completa, iniziò una novena al Beato Giuseppe. Dopo alcuni giorni il giovane Jun iniziò a riprendersi e il 30 settembre lasciò l'ospedale completamente ristabilito.

La sua rapida, completa e duratura guarigione fu attribuita all'intercessione del Beato Giuseppe. Di questo parere sono Jun e i suoi familiari tanto che hanno voluto più tardi recarsi nella casa natale del Beato in Oies per ringraziarlo.

Il Beato Giuseppe come persona che ha amato la Chiesa e la Cina ha un significato per l'Asia e la Cina e con questa sua intercessione ha contribuito a far crescere il dialogo ecumenico diventando un modello di persona che intercede per gli altri senza guardare a che confessione uno appartiene.






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Società del Verbo Divino (SVD)
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Segretariato S.Giuseppe Freinademetz
Oies



Venerazione del Santo della Val Badia.
Celebrazione del centenario della morte di San Giuseppe Freinademetz

Febbraio 2008


Questo piccolo strumento mensile desidera promuovere la venerazione del Santo Giuseppe Freinademetz, far conoscere la sua spiritualità, proporre i valori testimoniati nella sua vita, uno spirito evangelico e missionario, a tutti i confratelli della congregazione dei Missionari Verbiti e a tutti i cristiani sparsi nel mondo. Ogni mese per questo anno del centenario verrà proposta una tematica che trae fondamento dalla spiritualità del Santo Giuseppe e verrà offerta alla meditazione e alla preghiera di ogni cristiano.

San Giuseppe Freinademetz: la sua terra e la sua famiglia.

San Giuseppe è figlio della sua terra. Con tutto il suo cuore rimane attaccato alla sua terra, ai suoi conterranei, alla chiesa di San Martino dove svolse il suo ministero nei primi anni del suo sacerdozio. Il suo distacco dai suoi monti e dalla sua famiglia per entrare in congregazione non è stato facile: "Ben pesante era nel mio cuore .... quel momento ... Stavo per andare in un paese lontano e nient'affatto conosciuto. Ma appena che io mi vidi solo a Innsbruck e abbandonato da tutto il mio mondo come un orfano, subito sentii anche la verità di quelle parole, che mi disse un buon amico: quanto più si è lontano e abbandonato dagli uomini, tanto più si è vicini a Dio". Allora ha provato per la prima volta quell'esperienza che l'ha accompagnato per tutta la vita. Si sentirà esule e solo, nessuna famiglia prenderà mai il posto della sua, nessun paese il posto del suo e tuttavia si sentirà accolto in un'altra intimità: Dio gli era vicino.

Nessuna terra, nessun paese gli sembrerà mai così bello come il suo "bel Ojes Tirolo" (20 marzo 1879). Alla vigilia del suo viaggio verso la Cina scrive a un suo carissimo amico una lettera che rivela il conflitto che prova nel suo intimo tra natura e grazia: "Caro amico, spesso mi è molto pesante vivere lontano da quelli che il mio cuore amava, lasciare una patria ricca di amici e gioie per andare a cercarne un'altra, ove, per così dire, si deve cominciare tutto da capo come un fanciullo che inizia a vivere; imparare nuovi e assai difficili linguaggi, conoscere tutt'altri interessi e usanze, ... E' difficile cominciare un'altra vita, dopo che io ero tanto felice tra i Ladings (la sua gente), e te lo dico sinceramente, per tutto il mondo, anzi per milioni di mondi, non lo farei mai in eterno, ma per il buon Dio mi sento contentissimo e felicissimo di poterlo fare, anche se andassi incontro a mille morti, io so che la sua grazia non mi mancherà! Mio unico desiderio è di poter convertire moltissimi di questi fratelli, e solamente per questo lascio il mio buon padre, la mia buona madre, i miei fratelli e sorelle, i miei parenti e amici fra i quali tu hai uno dei primi posti, e il mio caro san Martino" (18 febbraio 1879).

Ma l'amore della sua vocazione potrà pian piano sostituire il Tirolo con la Cina, divenuta la sua nuova patria; "Sono bellissimi paesi anche qui, e l'unica nostra croce è di non guadagnare tutte le anime per il paradiso" (2 febbraio 1882). Le sue parole e tanti suoi scritti rivelano certamente l'amore per il nuovo paese, ma anche sempre rimane un certo rimpianto per la valle che ormai da anni non vede più e teme quasi di dimenticare. Difatti noi sappiamo che San Giuseppe non è mai più ritornato nella sua terra, per amore della sua vocazione missionaria e per la sua dedizione e amore al popolo cinese, che diviene a poco a poco il suo popolo. Verso la fine dei suoi giorni, quando la grazia e il suo amore hanno raggiunto il loro vertice, scrive: "Io sono ormai più cinese che tirolese e voglio restare cinese anche in paradiso!".

Di fatto San Giuseppe ha la forza e la dolcezza del temperamento ladino. La grazia e la santità hanno sublimato e trasfigurato il fanciullo della Val Badia senza distruggerlo. Gode di veder arrivare fino in Cina i bei crocifissi in legno della Val Gardena, ma la sua vita dedita alla evangelizzazione missionaria non gli concede di soffermarsi. Lo vediamo spesso raffigurato con vestiti e un portamento cinese, certamente assumendo nella sua vita le affermazioni di san Paolo: "Mi sono fatto giudeo con i giudei, pagano con i pagani, pur di portare tutti a Cristo!".

Più grande certamente è la sua sensibilità alla grandezza morale e spirituale: "Una famiglia veramente cristiana è una delle più belle cose al mondo", scrive (3 febbraio 1906). In questa Statua espressione ha certamente presente tante famiglie delle sue valli, ma senza dubbio principalmente la sua famiglia che non può dimenticare e che ricorda sempre con tanta nostalgia e alla quale porta un tenerissimo affetto.
La prima separazione è stata difficile. Si può comprendere il dolore dei suoi genitori nel vederlo partire, la difficoltà di accettare che fosse tanto lontano, il timore di non vederlo mai più. Però San Giuseppe non si accontenta che essi non rimpiangano il sacrificio che hanno fatto donando a Dio il loro figlio, più volte chiede che facciano questo sacrificio, lo facciano con gioia, ringraziando Dio per un privilegio e una grazia di cui tutta la famiglia ne è partecipe. Il figlio missionario nel lontano continente asiatico sapeva e aveva vissuto i valori della sua famiglia: la fedeltà e fondamento familiare erano la preghiera fatta assieme, la recita quotidiana del rosario, l'accettazione delle croci come strumento di redenzione, la serena operosità e la solidarietà fraterna vissuta, la fede e le virtù cristiane e la frequenza ai sacramenti come stile di vita. Per questo era sicuro di una partecipazione della famiglia alla sua missione, della preghiera reciproca come filo che li univa, la gioia del dono a Dio anche dei propri figli. La famiglia fortemente cristiana è stata la sua scuola, i suoi genitori il suo modello, essa è rimasta nel corso di tutte le vicende gioiose tristi un sicuro aiuto e appoggio spirituale per la sua missione.

La lettera forse più significativa dell'intero epistolario è del 28 aprile 1879. La scrive ai suoi, ma egli parla a se stesso. Il tono è insolitamente lirico e solenne, quasi ispirato. Dopo lunga attesa, dopo il viaggio egli finalmente tocca la terra cinese. "Ecco trovato quel paese, che già da tanti anni pregavo Iddio di voler mostrarmi; trovato la mia nuova patria, che già da tempo sospiravo di vedere. Sono arrivato finalmente in China, pellegrinando circa una strada di tremila e quattrocento ore (indica la lunghezza del viaggio ed allo stesso il tempo). Benedetto ne sia il Signore Iddio, che con cuor suo più che paterno ha vegliato sopra di me, che mi portò nel suo braccio durante il mio viaggio così pieno di difficoltà e pericoli. Grazie anche a voi, padre e madre e tutti, che mi avete accompagnato con le vostre preghiere per me, ne avrete anche voi la vostra parte a suo tempo ...". Egli sente la grandezza della sua vocazione, e ne è riconoscente a Dio ma allo stesso tempo vuole ringraziare la sua famiglia: "Si, cari miei, - scrive il 29 ottobre 1880 - ringraziamo pure molte volte il Signore, che chiamò uno dalla vostra famiglia ad essere missionario in China e questo è un onore che non cambierei con la corona d'oro dell'imperatore d'Austria".

(Materiale preso dal libro: "Giuseppe Freinademetz dalle sue lettere", Divo Barsotti, Ed. Missionari Verbiti Pluristamp, 2003)

Riflessione personale o comunitaria:

      • L'educazione cristiana fin dalla fanciullezza è sempre base della personalità di ogni vita, è da valorizzare a pieno.

      • La famiglia, che vive la sua vocazione cristiana, è la scuola di vita, la maggior e più importante fonte educativa alla quale non deve mai rinunciare e non deve permettere di esserne privata.

      • La vocazione è un dono, ma nasce in famiglia. Bisogna sentire la gioiosa responsabilità di offrire un ampio orizzonte di valori, viverli assieme, per aprire ogni vita ai piani di Dio.

    • Passare dal ricevere al donare, rimane sempre il cammino educativo di ogni vita, specialmente per il missionario, cammino che però va educato ed esercitato, per poi configurare l'esistenza con scelte personali e coraggiose.

 


Aprile 2008



San Giuseppe Freinademetz e la preghiera


I cinesi lo conobbero come uomo di una bontà inesauribile, aperta, confidente. Li attirava la sua semplicità, la sua serenità, la sua dolcezza. E' conosciuta la testimonianza del Cardinal Tien nella sua predica tenuta a Badia, la patria del santo, il 2 maggio 1963: "Già da molti anni desideravo visitare la patria del vostro santo missionario... Dovevo visitarvi per raccontarvi di lui, avendo la fortuna di vivere con lui per otto anni... Era un missionario perfetto, non solo per dover portare una croce così pesante, ma anche perchè è diventato nella mia patria tutto per tutti". Il Cardinale Tien oltre a ciò lo ricordava come uomo di molta preghiera. "Durante gli anni di seminario a Yenchowfu incontrai spesso P. Freinademetz, poiché era regola che ogni domenica dopo l'ufficio solenne si andasse da lui a parlare. Egli si inginocchiava nel coro della chiesa e per noi che lo potevamo scorgere, era sempre un'esperienza straordinaria il vederlo pregare. L'immagine di questo sacerdote in ginocchio è rimasta indistruttibile nella mia memoria. Si aveva l'impressione che nulla lo potesse distrarre. Era un grande uomo di preghiera".

P. Freinademetz ha saputo unire preghiera e lavoro. Stava fino a notte inoltrata assorto in preghiera davanti al tabernacolo. In tutte le sue lettere ai familiari e agli amici non mancava mai l'invito a pregare per lui e per i suoi cinesi. Era consapevole dell'importanza, anzi delle necessità della preghiera. "E' sempre necessario che preghiamo molto, - scriveva - . La vita senza preghiera è la strada della perdizione. Non dimenticate di pregare molto per noi e per tutti i missionari".

Da sua parte egli raccomandava al Cuore di Gesù e alla Madonna i suoi cari. Egli pregava per tutti, ogni giorno, ma chiedeva anche che tutti pregassero per lui. Dinanzi al compito immenso della sua missione, sentiva il bisogno di essere sostenuto dalla preghiera dei suoi per sé e per tutti i suoi compagni di missione: "Pregate sempre più e più Iddio e la beata Vergine che benedica le nostre fatiche...". "Ricordiamoci sempre che adesso è tempo di lavoro e di lotta e non di riposo; serviamo Dio di tutto cuore e ci rivedremo in Paradiso forse prima che lo crediamo". "Vi prego molto, molto, aiutatemi con le vostre orazioni e fate pregare anche altri, che Iddio mi aiuti".

La preghiera era per P. Giuseppe Freinademetz alimento di vita e di gioia. I primi due posti nella sua vita spirituale erano occupati dalla s. Messa quotidiana e dalla preghiera del Breviario. Anche nei lunghi e instancabili viaggi missionari, non tralasciava questi due compiti. Perfino nei momenti più duri di lavoro, cercava alla fine il tempo per pregare e questo lo faceva in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento o passeggiando su e giù. Si poteva vederlo in ginocchio davanti all'altare per lungo tempo e più volte durante il giorno, tutto immerso nella preghiera. Si può benissimo affermare che ad accezione del tempo dedicato ad altri impegni inerente al suo lavoro, il rimanente lo dedicava alla preghiera. Era un uomo di preghiera. A volte camminava anche ore intere per giungere là dove poteva celebrare la s. Messa, rimanendo digiuno fino a giorno inoltrato. Giudicava la preghiera indispensabile per un apostolato fecondo: "La conversione della Cina non si realizzerà senza molta preghiera, perchè la preghiera è per le missioni cattoliche quello che la pioggia è per il seme".

La situazione nella quale egli vive è sempre allarmante: minacce, rapine, pericolo di morte incombono. "Noi tutti ormai abbiamo fatto l'offerta della nostra vita a Dio e non abbiamo paura. Se moriamo per Iddio; però sono tempi assai tristi per la nostra missione... Vi scrivo queste cose solamente affinché preghiate molto per noi e per questi poveri cristiani al fin di impetrare loro una fede ferma ed eroica. Sive vivimus, sive morimur, Domini sumus! Sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore! Una cosa sola mi sta a cuore, che cioè mai ci stacchiamo né un iota dal santo volere di Dio! Impetratemi questa grazia, non domando altro... Dite a mio nome a tutti i miei carissimi compatrioti di Badia, che molto desidero vederli tutti o in questo mondo o almeno certamente in Paradiso. Preghino per me, io pregherò per loro, che noi tutti non sbagliamo strada."

Ma più che per se, più che per i missionari, P. Giuseppe Freinademetz soprattutto chiede preghiere per i suoi cinesi: "In Cina siamo sempre sul campo di battaglia. L'anno scorso abbiamo avuto una grande persecuzione, che costò la vita a molti cristiani. Stiamo anche spesso in grandissimo pericolo per cagione dei ladri; due missionari furono portati via l'anno passato... finora il Signore ci ha sempre difesi. La missione va avanti con la grazia di Dio... Il Signore ci consola in mezzo alle tante croci e tribolazioni... Non tralascia mai, assieme alla sua intera famiglia, di farmi l'elemosina delle tue preghiere. ... L'elemosina della preghiera è più necessaria di tutte le altre. ..."

Vorrebbe che tutti i suoi fratelli e sorelle ladini s'impegnassero in una preghiera viva e incessante perchè abbia la forza di fronte alle persecuzioni e alle difficoltà.

Il ritmo crescente delle conversioni, l'interesse nuovo per la religione cristiana suscitato nei non cinesi dal sacrificio eroico dei missionari, l'avversione che si muta in rispetto e spesso in ammirazione, gli fanno pensare anche alla conversione dell'intera Cina. Del resto nulla è impossibile a Dio e tutto Egli ha promesso alla preghiera dell'uomo. P. Giuseppe Freinademetz sente che è venuta l'ora della conversione di quell'immenso popolo... Lo incalza la situazione religiosa, la miseria morale... Si sente impari è di fronte al compito che gli è stato affidato. E la vita fugge ed è imminente la morte. Eppure P. Freinademetz non è sopraffatto: egli conta su Dio, per questo la sua arma è la preghiera. Certo prima di tutto la sua, ma anche la preghiera di tutti coloro che ama e che vuole associare a sé nel suo lavoro apostolico.

La preghiera ecco il fondamento della vita per i giusti, per i veri cristiani, per i missionari, per chi vuol essere santo, per l'uomo che vuole essere veramente valido nella società e vivere nella pace. La preghiera, cercare il silenzio, il tacere per ascoltare la verità di Dio, ecco un altro messaggio importante di San Giusepe Freinademetz. I cinesi lo conobbero come uomo di una bontà instancabile, attirava tutti per la sua semplicità e mitezza, per le sue virtù era paragonato a Confucio, ma più di tutto erano stupiti dalla sua preghiera. La sua missione consisteva nell'essere "adoratore in missione". Non si può trasmettere la fede, i valori della vita vera, il vangelo di Cristo senza essere "adoratori e missionari" allo stesso tempo.

Riflessione personale o comunitaria:

      1. "Possa crollare il mondo, Dio non lascia inascoltata la preghiera." (1891)
        "Nella preghiera la cosa principale è il senso di umiltà, di povertà, di fiducia." (1877)
        Che posto occupa la preghiera nella mia vita? Sono convinto della necessità della preghiera?

      1. "Raccoglimento e meditazione. Se vuoi essere sapiente... la solitudine sia la tua accademia, Cristo il tuo maestro, il cielo e la terra il tuo libro, la meditazione e la preghiera il tuo studio." (1877)
        Abbiamo tempo e spazio per ascoltare Dio? Può Egli entrare nella nostra vita?

      1. "Per impedire che tutti questi nostri fiori del cuore - dedizione a Dio, umiltà, amore - non appassiscano, cerchiamo di avere una fontana con acqua limpida e buona che scorra continuamente. Quest'acqua è la preghiera continua e devota. Penso non tanto a certe formule di preghiera orale, quanto piuttosto allo spirito di preghiera che trasforma l'intera nostra giornata, anzi il nostro mangiare, dormire, giocare e respirare facendone un servizio a Dio." (1879)
        Preghiera e vita, vita e preghiera: un binomio inscindibile per la maturità del cristiano e del missionario.

 


Maggio 2008



Dalla predica che San Giuseppe Freinademetz ha tenuto, il 25 marzo 1876 a Schalders, nella festa dell'Annunciazione di Maria


... In questa ricorrenza, cari cristiani, vorrei dirvi qualcosa sulla scelta delle diverse orazioni. Si capisce subito quanto si riferisce alla scelta delle diverse preghiere o allo stile di pregare; ma vorrei mettere in rilievo quella che prende il primo posto, ed è la preghiera del Signore. Questa dolcissima preghiera è sprigionata dalla bocca stessa del Divino Salvatore, che, alla richiesta degli apostoli di insegnar loro a pregare, ha donato questa divina preghiera.
Oggi, però, vorrei farvi conoscere un altro stile di pregare che è stato utilizzato sempre, tra i devoti cristiani, con grande gioia e vero profitto per le loro anime. E' la cosiddetta preghiera meditativa. Consiste essenzialmente nel fatto che tutto ciò che voi vedete e udite, tutto ciò che voi incontrate, di buono o di meno buono, gradevole o meno gradevole, in sintesi, tutto ciò che percepite coi vostri sensi lo fate risalire alla fonte che è Dio, e questo porta a un rapporto col sopranaturale, con l'Aldilà, con il vostro destino eterno.

NATURA

In modo particolare la natura e tutta la creazione sono un meraviglioso e ricco libro, scritto dalla stessa mano di Dio. E' una meraviglia come le creature anche insignificanti possano portarci a pensieri molto profondi e come è facile elevarci all'artefice di tutto questo. Anche ogni cosa poco appariscente può farci una meravigliosa predica, se non le chiudiamo il cuore. La natura è un libro aperto di sapienza e di immagini che ogni uomo, se vuole, può leggere e capire. Voglio darvi alcuni esempi come potete utilizzare questa forma di preghiera presa dal libro della natura. Prendere, per esempio, la seguente immagine:

Vedete, cari cristiani, voi che vi occupate continuamente nella splendida natura, come potete meditare. E questa è una meravigliosa preghiera, che piace infinitamente a Dio ed è un mezzo adatto per progredire speditamente nelle diverse virtù. Potete far conciliare, facilmente, questa preghiera con il vostro lavoro, e ogni lavoro che svolgete può diventare una preghiera. Inoltre questa occupazione è una vera gioia, semplice e gradevole e riesce a portare a una abitudine dello spirito.
Gustate e vedete, provate e voi stessi sperimenterete. E che tesoro accumulato per il cielo!

Maria, tu che ci hai lasciato, ai nostri giorni, un così luminoso esempio di amore al nascondimento e alla preghiera, ottienici dal tuo Divin Figlio, in questa ricorrenza festosa, la grazia che da oggi in poi possiamo seguire le orme di Gesù, e iniziare seriamente a preoccuparci più delle cose importanti e necessarie, dell'unico Bene, della nostra salvezza, del tesoro della virtù e ci doniamo ai fratelli con questo doppio muro insormontabile: il nascondimento e la preghiera. Amen


Casa natale di S. Giuseppe Freinademetz
Ojes 6
390036 Badia - Bolzano
Italia
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Missionari Verbiti - Provinciale
Via Venezia 47
38066 Varone di Riva del Garda - Trento
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